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Women + Wavves @ Lexington 03.03.2009

04/mar/2009

Wavves
Women

Mercoledì sera, c'è un vento così forte che l'ombrello si rompe in due pezzi e sono costretto a correre dalla fermata della metro fino al Lexington a piedi.
Inzuppato entro nel locale di Pentonville Road, oramai almeno una-due volte la settimana passo di qui per la mia dose di energia, difatti non appena mi ritrovo nel parterre coperto di vecchie assi di legno una vampata di calore ed una sensazione di familiarità mi avvolgono e mi fanno stare bene, conscio che manca poco ad un'altra serata di ottima musica.
Verso le 21.10 fà il suo ingresso Nathan Williams, in arte Wavves, ragazzo poco più che ventenne cresciuto nelle coste californiane tra skate e Sonic Youth.
Il giovane cantante vanta già due album, "Wavves" e "Wavvves", registrati e prodotti in casa e successivamente distribuiti da Fuck It tapes. In queste sue produzioni, un suono distorto ed una batteria che pesta fortissimo calzano a pennello con l'attitudine surf-skate californiana che avvolge il ragazzo.
Dal vivo, il muro di suono sprigionato da chitarra e batteria farebbe intimidire anche il metallaro più convinto e quando le pareti del locale iniziano a vibrare in maniera preoccupante Nathan se ne esce con: "More guitar, more guitar please.."
Detto ciò il concerto prosegue viaggiando attraverso i due album, svelando alcune preziosità garage-punk come "So Bored" e "Beach Demon". Incredibile pensare che questo giovanotto produce tutto in casa, non ci sono intermediari nel suo lavoro, nè etichette, nè produttori, a vantaggio di un suono e melodie personali che attingono piacevolmente a mostri sacri del passato come Sonic Youth e addirittura Nirvana, si ascolti "Weed Demon" per credermi...
In quaranta minuti si arriva alla fine con "Wavves" (titolo originale, no?), pezzo godibilissimo che chiude una performance esaltante a livello musicale.
Verso le 22.20, dopo un cambio strumenti prolungato dalla perdita di un pezzo della batteria arrivano sul palco loro, i Women.
Questo gruppo canadese ha registrato l'album d'esordio nella cantina del cantante Ciad VanGaalen, a quanto pare con dei vecchi registratori ed un ghettoblaster, tutto ciò per creare un atmosfera ancora più intensa che ha reso l'album degli Women una rarità, nel senso che non è un album che esce tutti i giorni.
Un lavoro così richiede tempo, richiede molta esperienza e soprattutto capacità artistico-musicali non da tutti.
Queste caratteristiche sopraelencate ci sono tutte nel mondo degli Women, i componenti della band hanno girato Stati Uniti ed Europa con progetti differenti, si conoscono da una vita e due di loro sono fratelli.
Tutto ciò ha portato questa band ha creare uno dei migliori album di questti cosiddetti anni 00', un album che richiede pazienza e molti ascolti prima di essere assimilato. Ma quando si capisce l'essenza dei quattro canadesi, ecco che il gioco è fatto.
Le distorsioni ed i cambi di ritmo assumono improvvisamente un senso e quella voce che inizialmente può sembrare stonata è lo specchio perfetto dell'anima di questa band.
Un suono enigmatico, di difficile catalogazione che per mia grande sorpresa trova nel live quell'ingrediente in più da renderli degli eroi.
Il concerto inizia con il gruppo che si abbraccia, (non vedevo questo dal concerto dei Depeche Mode di diversi anni fà) come se di fronte a loro non ci fosse un pubblico da soddisfare ma un avversario da sfidare. Partono con "Group Transport Hall", bellissimo pezzo dall'atmosfera tranquilla che recita "..soon we will be laughing", immenso.
Segue "Upstairs", che nel finale eredita una parte strumentale che vede il quartetto lanciarsi ad occhi chiusi in un viaggio psicadelico di qualche minuto.
L'atmosfera viene rese ancora più claustrofobica da "January 8th" con quella chitarra distorta che taglia la sala in due; ma non si guarda più in faccia nessuno, oramai il gruppo è entrato nel concerto ed ognuno dei componenti, letteralmente ad occhi chiusi, snocciola minuti di isteria sfogata contro gli strumenti.
Ma come dicevo parlando del disco la dimensione live agevola il loro sound dando a tutto questa musica un senso, il pubblico diventa caldo come il tifo ad uno stadio ed il gruppo come in preda ad un qualche tipo di acido strimpella note dilatandole nello spazio e nel tempo.
Forse non ci troviamo ad un concerto, ma bensì ad una lezione, alle spalle gli Women non hanno il palco ma una lavagna dove insegnano come fare ottima musica, questo è quello che vedo e sento stasera. Arriva il momento di "Lawncare" e poi l'apoteosi della perfezione, "Shaking Hands".
Questo pezzo racchiude la quintaessenza degli Women, tutti i loro ingredienti sono messi in tavola ed a noi non ci resta che approffittare e sfruttare il momento. I pensieri si lasciano andare e scorrono per la mia mente trasportati dal martellare lento e ripetuto della batteria, ma quando le chitarre ricominciano a suonare la carica le sensazioni che ho provato non si possono descrivere. Ho visto tutta la mia esperienza qui a Londra racchiusa in quei cinque minuti. La perfetta metafora di sei mesi in terra londinese: cambi di ritmo, alti e bassi, alienazione mischiata a tranquillità. Da sottolineare l'espressione del chitarrista dopo la canzone che rivolgendosi al pubblico dice: "Sì facciamo una pausa, ma non per noi, per voi..."
Si conclude con "Black Rice" e "Woodbine", la band saluta accompagnata da un'ovazione ed io me ne torno a casa sotto la pioggia.....Non importa, soon we will be laughing...

Women "Black Rice":



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